1911918_607575895979359_626502652_nNon capita molto spesso di sentir parlare di questa specifica ossessione ma è particolarmente insidiosa, soprattutto se consideriamo le sensazioni che genera nella persona dipendente. In particolare, quelle che mi vengono generalmente, riferite sono:
– senso di pace e benessere interiore
– mezzo di rilassamento
– mi aiuta a pensare e riflettere
– mi aiuta a studiare
– mi isola e mi protegge
– mi facilita il sonno
– mi coccola
– non mi abbandona mai
– mi tiene calda nel corpo e nell’anima.

Queste sono solo alcune delle motivazioni che ho ricevuto al comportamento di dipendenza; ognuno attribuisce a questa sua ossessione un’importanza differente.
Spesso la persona si rassicura avendone più di uno in casa, ho conosciuto una giovane donna che ne possedeva cinque, motivando la sua scelta con la possibilità che si potevano rompere o danneggiare uno dopo l’altro.
Generalmente e solo in caso di dipendenza, il phon viene acceso per circa 7/8 ore al giorno, ma in alcuni casi è possibile utilizzarlo anche di notte e/o per addormentarsi.
E’ facile immaginare come questa dipendenza, così come tutte le altre, così strutturata nella persona, non solo diventa invalidante per se stesso ma anche per le persone che ci stanno accanto. Ci tengo a precisare, che questa pratica, più comune di quanto possiamo pensare, diventa di interesse clinico, quando inizia ad interferire in modo significativo con le normali abitudini della vita quotidiana di una persona, compromettendo la vita familiare, la vita sociale e lavorativa.

Molte persone sono consapevoli di avere uno strano rapporto con il loro phon, altre meno, ma allo stesso modo, però, la consapevolezza non è sufficiente a risolvere il problema, in quanto il “bisogno” diventa forte, sia da un punto di vista psicologico che pratico; spegnerlo e privarsene diventa impossibile.
Si innesca un meccanismo di abituazione; la persona non riesce più a compiere determinate azioni quotidiane senza ciò che il phon produce, sia in relazione al rumore che al calore, che viene generalmente, rivolto verso se stessi ma non necessariamente, la sensazione fondamentale appare essere proprio il rumore.
Studi approfonditi di Psicologia dinamica sostengono che, il rumore del phon, ricorderebbe alla persona i rumori intrauterini che il feto sente durante la gestazione, e che in alcuni individui, in cui il processo di separazione dalla figura di accudimento primario non sia avvenuto correttamente per diversi motivi, ritornare, anche solo inconsciamente, nello stato embrionale arrechi un profondo senso di sicurezza e protezione, “un legame con il proprio legame dipendente”, una simbiosi con il proprio caregiver.

La Psicologia terapia cognitivo – comportamentale, di converso, si focalizza sul processo di apprendimento che ha portato la persona a sviluppare questo senso di dipendenza, e lavora molto sulle modalità di pensiero e di comportamento, che portano il soggetto a reiterare l’azione, come forma di rilassamento e di scarico d’ansia.
Come tutte le dipendenze patologiche, anche in questo caso, si possono creare seri problemi se non si interviene tempestivamente, in quanto, come qualsiasi altro disturbo tende a cronicizzare nel tempo, rendendo la modifica del comportamento di maggiore difficoltà, ma certamente sempre possibile.
Il primo passo necessario è sicuramente la presa di consapevolezza da parte di chi ne soffre, in modo da poter comprendere che è sempre utile e in alcuni casi fondamentale chiedere un supporto professionale specialistico.

Share

Visita il mio profilo su: www.psicologionline.net