“Chissà cosa penserà la gente, chissà cosa dirà la gente, che figura ci facciamo.. ”

Quante volte nel nostro presente e nel nostro passato siamo entrati in contatto con questo monito. L’attenzione che investiamo nell’evitare di ricevere un giudizio negativo degli altri spesso è superiore a quella che dedichiamo alla costruzione di un sé spontaneo e autentico.
Sin da bambini scopriamo il potere che il giudizio positivo riveste per la nostra autostima poiché allontana dolore e frustrazione.

Il giudizio altrui si trasforma così in un bisogno: abbiamo bisogno del giudizio positivo  dei  nostri  genitori,  dei  nostri  fratelli,  dei  nostri  amici, e non  sopportiamo  i  giudizi negativi.
Per  ricevere  il  giudizio  positivo  degli  altri  dobbiamo  però  soddisfare  le  loro aspettative;  aspettative  che, nel percorso di vita,  diventano  via  via  più  impegnative.
Alla base della ricerca del giudizio positivo degli altri c’è essenzialmente la paura del rifiuto e dell’emarginazione.

La paura di non essere accettati porta spesso ad aderire, senza  esitazione,  a tutte  le  condizioni  che  il  gruppo  impone.  Nasce  così  il  fenomeno  della ‘pressione sociale’, fenomeno talmente importante da far dimenticare, a volte, anche i valori etici essenziali.
Per rincorrere l’applauso recitiamo  parti,  ci mascheriamo,  utilizziamo  comportamenti  lontani  dalla  nostra  vera  essenza. Gli  altri  vedono così le  nostre  maschere  e  non  sono  in grado  di  percepirci in quella che è la nostra vera essenza. Ciò comporta  che non ci avviciniamo agli altri anzi li sentiamo  sempre  più  lontani,  e di riflesso, ci  sentiamo  sempre  più  soli.

Questo  isolamento  fa  aumentare  il  conflitto  d’identità  e, di  conseguenza,  fa  aumentare  il  bisogno  di  giudizio altrui, di consenso e di approvazione. Entriamo così in un circolo vizioso:

– Più cerchiamo il giudizio altrui più siamo mascherati
– Più siamo mascherati più ci sentiamo soli
– Più ci sentiamo soli più ci sentiamo insignificanti
– Più ci sentiamo insignificanti più abbiamo paura e bisogno del giudizio altrui
E il circolo ricomincia.

Le  persone  cadono  in  questa trappola  in  modo  così  profondo  da  aver  paura  di ammettere l’assurdità di quanto stanno facendo. Si diventa ipocriti non solo con gli altri ma anche  con  noi  stessi.

“Se mi stimi, mi stimo anch’io”: lo schema della ricerca di approvazione e riconoscimento.

Le persone che presentano lo schema della ricerca di approvazione e riconoscimento tendono ad attribuire un’importanza eccessiva all’approvazione e/o al riconoscimento da parte degli altri, finendo per trascurare i propri bisogni, le proprie esigenze più intime e le proprie inclinazioni naturali. Queste persone tendono a concentrarsi maggiormente sulle reazioni altrui, piuttosto che sulle proprie sensazioni interne.

Esse possono suddividersi in due sottotipi:

  • chi cerca approvazione nei termini di essere accettati da una persona o integrati in un gruppo e quindi si sforza di piacere e di seguire le tendenze e la linea di pensiero altrui,
  • chi cerca riconoscimenti, cioè lodi ed elogi e quindi si sforza per mettersi sempre in luce favorevole, spesso appigliandosi allo status sociale, alla ricchezza, alla carriera, all’apparenza. A quest’ultimo gruppo tendono ad appartenere le personalità narcisiste.

In ogni caso per l’individuo l’essenziale è ottenere riconoscimento e stima da parte degli altri per sentirsi bene con se stesso, indipendentemente che ciò che si ha o si fa per ottenere tali approvazioni sia in linea con i propri valori, le proprie attitudini e necessità interne.

La ricerca di continua approvazione non permette all’individuo di esprimersi a pieno. Le persone possono comportarsi in maniera accondiscendente, eccessivamente attenta ai desideri altrui, talvolta sottomessa.

La ricerca di riconoscimento può portare atteggiamenti presuntuosi ed arroganti, al vanto dei propri successi, allo spostamento delle conversazioni su argomenti che anche indirettamente consentono di mettersi in mostra.

  • Come può insorgere questo schema? Spesso emergono racconti di famiglie molto presenti e premurose che ricoprono quotidianamente di lodi e attenzioni il bambino, anche quando compie semplici attività di routine. In altri casi, si ritrovano famiglie amorevoli, ma caratterizzate da un’eccessiva attenzione e preoccupazione per l’apparenza e il giudizio degli altri. Alcune volte le persone cresciute in queste famiglie riferiscono di essersi sentite amate e coccolate, ma sentono di non aver sviluppato un’opinione ferma e stabile di se stessi, una valutazione di sé indipendente dal giudizio altrui. Per contro riportano sensazioni di inautenticità e scarsa autostima.

Altre volte invece, a seguito di deprivazioni emotive o esclusione sociale, lo schema si sviluppa per “iper compensazione”, cioè per l’idea che per non ricadere negli stati spiacevoli e nella situazione di poca amabilità ed esclusione, bisogna essere accondiscendenti o sviluppare doti ammirevoli.

I comportamenti di ricerca di approvazione e riconoscimento possono essere tipici anche di altri schemi; per differenziarli occorre conoscere ciò che sta alla base di tali comportamenti, cioè le motivazioni di fondo per cui una persona agisce in tal modo.

Ad esempio il darsi totalmente agli altri si ritrova anche nelle trappole della sottomissione e dell’autosacrificio che sono però guidate dal timore di essere puniti, abbandonati o dal nuocere all’altro, elementi che non si ritrovano nello schema di ricerca di approvazione.

La ricerca di standard elevati può apparire simile alla ricerca di carriera, ricchezza e apparenza, ma è guidata dal voler raggiungere uno standard interno, soggettivo.

Le convinzioni che invece guidano lo schema della ricerca di approvazione e riconoscimento sono del tipo “valgo qualcosa solo se vengo accettato”, “posso ottenere l’attenzione, l’affetto e l’amore altrui solo se sarò ammirato”.

Sebbene, a livelli non eccessivi, la ricerca di approvazione, stima e accettazione sia un elemento naturale e sano (la capacità di scendere a compromessi e la reciprocità appaiono essenziali per sviluppare rapporti soddisfacenti, così come il puntare sui propri pregi e minimizzare i propri difetti può essere un modo per fare amicizie e per attirare l’interesse di un potenziale partner) diventa patologica quando l’individuo arriva (consapevolmente o inconsciamente) a “nascondere” il suo vero Sé e le proprie necessità e aspirazioni in favore del giudizio altrui.

Il giudizio  altrui  è un pericoloso  strumento  di  controllo,  spesso  utilizzato  per  piegare  i  più deboli che in questo modo sviluppano forme di sottomissione che si trasformano nel tempo in un vicolo cieco, una strada senza via d’uscita. La persona sente bisogno degli altri, del loro giudizio e del loro riconoscimento, ma si sente “stretta” in questo vicolo cieco e percepisce il bisogno  di  libertà,  di  autonomia  e  di  trasgredire  le  regole.
Perché vivere in funzione della paura del giudizio altrui equivale a far morire la propria personalità che non può rivelarsi in quanto tale bensì è sottoposta a continui travestimenti.
La prima cosa che perdiamo quando ci comportiamo così è la nostra spontaneità (primo indice di un equilibrato rapporto con se stessi e di una buona autostima). Quando non siamo spontanei, chiudiamo parzialmente il cuore per non sentire il costo che dobbiamo pagare per il nostro comportamento. Questa chiusura rende molto più difficile  entrare in contatto con noi stessi (“Di che cosa ho bisogno?”, ”Di che cosa ho paura?”) e con chi abbiamo di fronte (“Che persona è?”, “Che rapporto vuole stabilire con me?”).
Quando siamo troppo condizionati dal giudizio degli altri significa che abbiamo poca stima di noi stessi e ci giudichiamo. Alla base del timore del giudizio c’è sempre la presenza di un implacabile ‘giudice interiore’ che, confrontando il nostro comportamento con modelli esterni di riferimento ci condanna. E la pena, la peggiore immaginabile, è quella di doverci uniformare ai modelli che il giudice ci impone, a costo di essere totalmente non spontanei.
Il risultato è che :

– Non siamo noi stessi
– Non riusciamo a essere come vorremmo apparire
– Viviamo con ansia e disagio il conflitto interiore.

Trattamento

Se la paura del giudizio degli altri invalida la qualità della vita del soggetto è molto importante intraprendere un percorso terapeutico. In particolare la psicoterapia cognitivo comportamentale è riconosciuta come un trattamento fondamentale per i disturbi che si associano al timore del giudizio altrui (disturbi d’ansia, disturbi ossessivi, fobia sociale, perfezionismo patologico).

Tale trattamento si concentra sul trattamento diretto del sintomo e si preoccupa di lavorare per modificare i pensieri disfunzionali e, parallelamente, di offrire migliori capacità ed abilità per affrontare le situazioni temute.
Nel trattamento può rientrare, secondo le caratteristiche della persona, una fase di insegnamento di abilità per la gestione delle situazioni sociali.

Tali abilità possono prevedere sia tecniche di rilassamento per la gestione dell’ansia, sia tecniche per la gestione di interazioni verbali (training assertivo: gestione delle conversazioni, fare richieste ed esprimere i propri bisogni, imparare a dire di no quando se ne ha l’intenzione, gestire le critiche che vengono rivolte).

Share